Al Superski Dolomiti manca l’etica
Le associazioni alpinistiche e di tutela ambientale, CAI Alto Adige, Alpenverein Südtirol, Federazione Ambientalisti Alto Adige, Heimatpflegeverband Südtirol, Mountain Wilderness, Lia per Natura y Usanzes e WWF Trentino Alto Adige - Südtirol offrono un punto di diverso!
foto: Griseldis Dietl
La narrativa sulla stagione estiva in corso, espressa dal presidente del Dolomiti Superski, Andy Varallo, apparsa su l’Alto Adige di domenica 12 luglio deve essere messa in discussione in quanto profondamente di parte e miope.
Le Associazioni alpinistiche e di tutela ambientale, CAI Alto Adige, Alpenverein Südtirol, Federazione Ambientalisti Alto Adige, Heimatpflegeverband Südtirol, Mountain Wilderness, Lia per Natura y Usanzes e WWF Trentino Alto Adige - Südtirol offrono per una narrativa diversa, che analizza l’impatto di una proposta turistica incurante del contesto climatico in cui si inserisce.
In questa narrativa la montagna viene svuotata di tutto il suo significato per diventare solo un prodotto e un target del marketing. La montagna che è sempre stata apprezzata per la maestosità delle sua cime, per il verde dei suoi prati, per l’acqua limpida e fresca che sgorga da sorgenti e torrenti, per la sua tranquillità, in confronto alla frenesia delle città, deve rimanere tale al fine di non snaturarla; deve rimanere un luogo di bellezza, di riflessione, ricca di risorse naturali delicate ed esauribili da preservare, come l’acqua, il suolo, il verde dei pascoli e delle foreste, il paesaggio, le comunità, le tradizioni, la spiritualità. La montagna è essenzialità e fonte di benessere.
Nell’ottica di Varallo la montagna appare unicamente come una risorsa da sfruttare, nel taglio dei boschi, per creare nuove piste o per allargare quelle esistenti, nel consumare suolo per nuovi bacini di innevamento, nel riempire il paesaggio di piloni e di cavi funiviari, di infrastrutture e cannoni da neve. Questo comporta cubature sempre maggiori per alberghi di lusso, per offrire servizi non strettamente necessari, che consumano grandi quantità di risorse ed energia. In sintesi una trasformazione profonda dell’ambiente montano, che lo priva della sua essenza. Sarebbe come riempire il Colosseo di cartelloni pubblicitari, banalizzandolo a una periferia urbana.
In un contesto di cambiamenti climatici l’organizzazione programmatica di un flusso continuo di turisti americani verso le Dolomiti comporta l’incremento delle emissioni di CO2; infatti ogni turista che arriva dagli Stati Uniti produce in media dalle 1.5 alle 3 tonnellate di CO2 (fonte il Sole24ore). Secondo le analisi di ISPRA le emissioni medie di CO2 pro capite in Italia sono circa 7 tonnellate/anno. Il Dolomiti Superski ha avviato un rapporto commerciale con Ikon Pass, lo skipass globale più diffuso negli Stati Uniti, che permette a chi lo acquista di venire a sciare nelle Dolomiti come benefit incluso nel prezzo. Una lettura attenta di questa informazione fa capire che il Dolomiti Superski è corresponsabile del relativo incremento di CO2 e delle conseguenze climatiche che ne derivano.
Inoltre, nel contesto attuale, segnato dal sovraffollamento turistico e dalla crisi climatica, la crescita dei flussi turistici non può più essere considerata un obiettivo di per sé. L'Eurac, nella pubblicazione “The Sustainable Tourism Observatory of South Tyrol (STOST) Annual Progress Report – 2024 edition”, evidenzia che l'Alto Adige ha raggiunto livelli record di arrivi e pernottamenti e sottolinea come la sfida futura non sia aumentare ulteriormente i numeri, ma ridistribuire i flussi nello spazio e nel tempo, riconoscendo i limiti ecologici e sociali dello sviluppo turistico.
Il problema non è il singolo turista che viene da oltreoceano, la criticità si pone quando in maniera programmatica si sviluppa un business che enfatizza una situazione climatica già compromessa, che peggiora la prospettiva per le generazioni future. Anche il mercato del lavoro, che il Dolomiti Superki si vanta di alimentare deve potersi mantenere nel futuro; se il contesto climatico si inasprirà ulteriormente, tutti ne faremo le spese e siamo dunque responsabili verso le generazioni future delle scelte che facciamo.
La questione, quindi, non è se attrarre o meno turisti americani o di altre nazionalità, ma chiedersi se sia sostenibile continuare a puntare sulla crescita quantitativa dei flussi turistici in una fase storica in cui gli effetti della crisi climatica sono sempre più evidenti. Il successo di una destinazione dovrebbe essere misurato non solo dal numero di visitatori, ma soprattutto dalla capacità di garantire ai residenti, benessere, servizi, tutela del paesaggio e resilienza del territorio.
Considerare poi il cambiamento climatico come un’opportunità che porta in montagna più gente significa non comprendere la gravità del fenomeno che la nostra economia ha innescato e continua inesorabilmente ad alimentare. Significa non vedere che ad ogni ondata di calore muoiono circa 10’000 persone in Europa (fonte Rai News) e milioni vivono nel disagio.
Cosa dire poi delle persone che pur nel disagio del calore estremo non possono permettersi le spese necessarie per recarsi in montagna, magari con una famiglia, per sfuggire al caldo delle città? È una macabra narrativa di come fare business sulla pelle delle persone e dell’ambiente. È come ballare sul Titanic che affonda.




